IL REGIME FORFETTARIO –  IL FUNZIONAMENTO

Nelle scorse settimane abbiamo visto nel dettaglio tutti i requisiti di accesso al regime forfettario. Oggi invece ne analizziamo il funzionamento, per capire quando effettivamente questo regime risulta conveniente e quando invece può convenire optare per il “regime ordinario”.

Le peculiarità principali di questo regime sono tre, che andiamo adesso ad analizzare nel dettaglio.

IL SOGGETTO IN REGIME FORFETTARIO NON È UN SOGGETTO IVA

L’imprenditore o il professionista in regime forfettario non è un soggetto IVA, e questo significa che non applica l’IVA sulle sue vendite e non detrae l’IVA sugli acquisti effettuati. Questo è un vantaggio o uno svantaggio? Dipende tutto dalla situazione specifica in cui ci troviamo.

Ad esempio, se apriamo un negozio, i prezzi applicati ai nostri prodotti sono stabiliti in base al “mercato”, ovvero quello che i nostri potenziali clienti sono disposti a spendere. Per i consumatori, il prezzo prescinde dall’IVA, che fa parte del costo in quanto non recuperabile.

Di conseguenza, scegliere il regime forfettario ci consentirebbe di “guadagnare” l’importo della potenziale IVA.

Facciamo un piccolo esempio per chiarire questo punto. Se i nostri potenziali clienti sono disposti a pagare 1 euro per un caffè, perché questo è il prezzo normalmente praticato nei bar della città, il ricavo effettivo per l’esercente sarà diverso a seconda che egli sia o meno nel regime forfettario.

Infatti, con il regime forfettario il ricavo sarebbe di 1 euro, mentre con il regime ordinario occorre scorporare l’IVA (che per la somministrazione di cibo e bevande è del 10%), e di conseguenza il ricavo effettivo sarà 1 euro / (1+10%) = 91 centesimi.

Se invece i nostri clienti sono soggetti IVA, questi valuteranno il prezzo dei nostri beni o servizi al netto dell’IVA, che è per loro il costo effettivo, e non potremo fare questo tipo di “gioco”.

Dall’altro lato, non essere soggettiva IVA ci preclude la possibilità di detrarre l’IVA che abbiamo pagato sui nostri acquisti.
Il vantaggio / svantaggio complessivo deve quindi essere valutato caso per caso, essendo dato dalla combinazione di due fattori:
  • l’IVA non applicata ai clienti, che in caso di clienti consumatori finali può giocare a nostro favore, e
  • IVA non detratta, che potrà essere di valore scarso o elevato a seconda dei costi che sosteniamo.
IL REDDITO È DETERMINATO IN MODO FORFETTARIO

Per i soggetti in regime forfettario il reddito non viene determinato analiticamente come differenza di ricavi e costi, ma “forfettariamente” (da qui il nome del regime) applicando ai ricavi le seguenti percentuali, differenziate in base all’attività svolta:

Coefficienti di redditività
(tra parentesi le prime due cifre del codice ATECO)
Industrie alimentari e delle bevande (codice attività 10 e 11)
40%
Commercio all’ingrosso e al dettaglio (codice attività 45, da 46.2 a 46.9, da 47.1 a 47.7, 47.9)
40%
Commercio ambulante di prodotti alimentari e bevande (codice attività 47.81)
40%
Commercio ambulante di altri prodotti (codice attività 47.82 e 47.89)
54%
Costruzioni e attività immobiliari (codice attività 41, 42, 43, 68)
86%
Intermediari del commercio (codice attività 46.1)
62%
Servizi di alloggio e di ristorazione (codice attività 55 e 56)
40%
Attività professionali, scientifiche, tecniche, sanitarie, di istruzione, servizi finanziari ed assicurativi (codice attività da 64 a 66, da 69 a 75, da 85 a 88)
78%
Altre attività (codice attività da 01 a 03, da 05 a 09, da 12 a 33, da 35 a 39, da 49 a 53, da 58 a 63, da 77 a 82, 84, da 90 a 99)
67%

Il regime forfettario conviene se la redditività presunta da queste percentuali è inferiore a quella che prevediamo di realizzare effettivamente. Facciamo due piccoli esempi pratici per capire come l’attività che svolgiamo può influenzare questo aspetto della valutazione di convenienza.

Se apriamo una partita IVA per svolgere da casa una attività di consulenza, sosterremo probabilmente pochi costi, che potrebbero quindi essere meno di quelli presunti dal metodo del regime forfettario. Infatti, la percentuale di redditività presunta in questo caso sarà del 78%, e quindi i costi si presumono pari al 22% dei ricavi. Quindi, ipotizzando ricavi per 20.000 euro, il regime forfettario ci riconoscerebbe costi “figurativi” per 4.400 euro, che potrebbero essere molti di più dei costi documentabili per una attività intellettuale svolta dalla propria abitazione.

Se invece apriamo un piccolo negozio, avremo molte spese fisse che potrebbero portare il nostro reddito analitico a zero nelle fasi di start up della nostra attività. Di conseguenza, il regime forfettario ci farebbe presumere un reddito, pari al 40% dei ricavi, che non abbiamo effettivamente realizzato, rendendo tale regime non conveniente.

SI APPLICA UNA IMPOSTA SOSTITUTIVA DEL 5 O DEL 15%
Il reddito derivante dall’attività soggetta al regime forfettario non è soggetto all’Irpef e alle relative addizionali, ma ad una imposta sostitutiva del 15%, che si riduce al 5% per i primi 5 anni di apertura della partita IVA alle seguenti condizioni:
  • il contribuente non deve aver esercitato, nei 3 anni precedenti l’inizio dell’attività, un’altra attività artistica, professionale ovvero d’impresa, anche in forma associata o familiare;
  • l’attività da esercitare non deve costituire, in nessun modo, mera prosecuzione di altra attività precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, escluso il caso in cui l’attività precedentemente svolta consista nel periodo di pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni;
  • qualora venga proseguita un’attività svolta in precedenza da altro soggetto, l’ammontare dei ricavi e compensi realizzati nel periodo d’imposta precedente non dev’essere superiore ai limiti reddituali previsti per quell’attività sulla base della classificazione ATECO.

Sia che si tratti del 5% che del 15%, si tratta in ogni caso di aliquote inferiori a quella minima Irpef, che è pari al 23% (alla quale vanno oltretutto aggiunte l’addizionale regionale e comunale).

La vera variabile da considerare quindi non è l’aliquota in sé, sempre inferiore a quella ordinaria, ma la presenza o meno di oneri deducibili o detraibili dall’Irpef, che non possono invece essere dedotti né detratti dall’imposta sostitutiva dovuta in caso di adesione al regime forfettario. L’unica eccezione è quella dei contributi previdenziali versati con riferimento all’attività svolta, che possono essere dedotti anche dal reddito assoggettato all’imposta sostitutiva.

Abbiamo già fatto un discorso del tutto analogo nel post sulla cedolare secca, al quale vi rimando. In questo post è infatti riportato un esempio pratico di un caso in cui conviene rinunciare alla cedolare secca e rimanere nel regime ordinario Irpef. Lo stesso esempio vale sostituendo alla cedolare secca l’imposta sostitutiva del regime forfettario.

Nelle prossime settimane passeremo in rassegna gli altri regimi contabili e fiscali esistenti. Non perdetevi quindi le prossime puntate!

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